“Bodyguard in Italia: perché serve una licenza autonoma per la protezione ravvicinata”

La protezione ravvicinata merita un riconoscimento autonomo

Il dibattito sul riconoscimento giuridico della figura del bodyguard viene spesso ridotto a una scelta tra due categorie già esistenti: gli istituti di vigilanza privata e gli istituti di investigazione.

Questa contrapposizione, tuttavia, rischia di non rappresentare correttamente la complessità della protezione ravvicinata professionale.

La close protection non è semplice vigilanza, perché non riguarda principalmente la custodia di beni mobili o immobili. Allo stesso tempo, non coincide interamente con l’investigazione privata, perché non ha come obiettivo principale l’accertamento e la documentazione di fatti.

La protezione ravvicinata è una disciplina autonoma, fondata sull’integrazione di intelligence, analisi del rischio, pianificazione operativa e capacità di intervento.

Per questa ragione, il riconoscimento della professione di bodyguard non dovrebbe essere attribuito in esclusiva né agli istituti di vigilanza privata né agli istituti investigativi. Sarebbe più razionale introdurre una nuova figura autorizzativa: l’Istituto di Protezione Ravvicinata.

Cosa significa realmente fare il bodyguard

Nell’immaginario comune, il bodyguard è una persona fisicamente prestante che accompagna un personaggio famoso o un imprenditore e interviene in caso di aggressione.

La realtà professionale è molto diversa.

Il compito principale di un operatore di protezione ravvicinata non è affrontare fisicamente una minaccia, ma impedire che il cliente venga esposto al pericolo.

Un servizio professionale può comprendere:

  • analisi preventiva delle minacce;
  • valutazione delle vulnerabilità del cliente;
  • sopralluoghi nei luoghi frequentati;
  • verifica degli accessi;
  • pianificazione degli itinerari;
  • predisposizione di percorsi alternativi;
  • coordinamento degli autisti e degli operatori;
  • osservazione dell’ambiente;
  • individuazione di comportamenti anomali;
  • gestione delle emergenze;
  • evacuazione del protetto;
  • tutela della riservatezza.

Il bodyguard professionista lavora quindi soprattutto sulla prevenzione.

Quando è costretto a reagire fisicamente, significa spesso che una o più misure preventive non sono state sufficienti.

La vigilanza privata protegge prevalentemente i beni

La disciplina italiana della vigilanza privata è tradizionalmente costruita intorno alla custodia e alla vigilanza di proprietà mobili e immobili.

L’articolo 134 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza disciplina sia la vigilanza sia le investigazioni private, ma le considera attività distinte. Il sistema della vigilanza è prevalentemente orientato alla tutela patrimoniale, alla custodia dei beni e ai servizi svolti dalle guardie particolari giurate.

Gli istituti di vigilanza possiedono certamente competenze importanti in materia di:

  • sicurezza operativa;
  • gestione degli allarmi;
  • controllo degli accessi;
  • vigilanza fissa e ispettiva;
  • trasporto e custodia di valori;
  • coordinamento attraverso centrali operative;
  • impiego di personale armato.

Queste capacità possono essere utili anche nella protezione personale, ma non sono sufficienti, da sole, a definire la professione del bodyguard.

Proteggere un edificio, un deposito o un bene di valore non equivale a proteggere una persona che si sposta, cambia programmi, entra in contatto con il pubblico e può essere esposta a minacce dinamiche.

Gli istituti investigativi comprendono meglio la minaccia

Gli istituti investigativi operano nella ricerca, raccolta e analisi di informazioni per conto di soggetti privati.

La loro attività può comprendere osservazione, verifica dei fatti, ricostruzione di comportamenti, gestione di informazioni riservate e produzione di rapporti investigativi.

Queste competenze sono particolarmente rilevanti nella fase preliminare della protezione ravvicinata.

Quando una persona riceve minacce, sospetta di essere seguita oppure teme comportamenti ostili da parte di dipendenti, collaboratori o soggetti esterni, l’attività investigativa può consentire di:

  • verificare l’attendibilità della minaccia;
  • individuare il possibile autore;
  • comprendere motivazioni e capacità operative;
  • rilevare eventuali pedinamenti;
  • identificare fughe di informazioni;
  • documentare comportamenti sospetti;
  • fornire elementi utili alla pianificazione della sicurezza.

L’istituto investigativo appare quindi molto vicino alla componente di intelligence della close protection.

Tuttavia, nemmeno l’investigazione privata comprende automaticamente tutte le competenze necessarie per proteggere fisicamente una persona.

Perché la protezione ravvicinata non può essere esclusiva degli investigatori

Un investigatore può essere altamente qualificato nell’osservazione, nella raccolta informativa e nell’accertamento dei fatti, ma non essere preparato a gestire una formazione di scorta o un’evacuazione d’emergenza.

La protezione ravvicinata richiede competenze operative specifiche, tra cui:

  • tecniche di accompagnamento protettivo;
  • formazioni a uno o più operatori;
  • advance operativo;
  • pianificazione degli spostamenti;
  • guida preventiva e protettiva;
  • comunicazioni radio;
  • gestione delle folle;
  • controllo delle distanze;
  • procedure di estrazione;
  • primo soccorso;
  • gestione dello stress;
  • coordinamento con le autorità;
  • risposta proporzionata alle aggressioni.

Per questo motivo, attribuire la professione in esclusiva agli istituti investigativi produrrebbe un altro squilibrio.

Si passerebbe da un modello eccessivamente legato alla vigilanza patrimoniale a un modello eccessivamente centrato sull’attività informativa e investigativa.

La protezione ravvicinata ha bisogno di entrambe le componenti, ma possiede una propria identità professionale.

La proposta: creare l’Istituto di Protezione Ravvicinata

La soluzione più coerente sarebbe introdurre nell’ordinamento italiano una nuova categoria autorizzativa specifica: l’Istituto di Protezione Ravvicinata.

Questa struttura dovrebbe essere specializzata esclusivamente o prevalentemente nella tutela fisica delle persone e nella gestione delle minacce che possono riguardarle.

Non si tratterebbe di una semplice agenzia di accompagnamento, né di un istituto di vigilanza con una diversa denominazione.

L’Istituto di Protezione Ravvicinata dovrebbe possedere una propria licenza, una direzione tecnica qualificata, procedure operative certificate e personale specificamente formato.

Potrebbe inoltre collaborare con istituti investigativi, istituti di vigilanza, consulenti di sicurezza, medici, autisti specializzati e professionisti dell’intelligence.

Quali attività dovrebbe poter svolgere

Un Istituto di Protezione Ravvicinata dovrebbe essere autorizzato a svolgere servizi come:

  • protezione personale di imprenditori e dirigenti;
  • tutela di personalità pubbliche e personaggi dello spettacolo;
  • protezione di famiglie esposte a rischi;
  • accompagnamento durante eventi e trasferte;
  • travel security;
  • protezione durante viaggi internazionali;
  • analisi delle minacce;
  • sopralluoghi e advance;
  • verifica preventiva di alberghi, abitazioni e sedi operative;
  • pianificazione degli itinerari;
  • coordinamento di veicoli e autisti;
  • predisposizione di piani di evacuazione;
  • gestione delle emergenze;
  • supporto in presenza di stalking o minacce;
  • raccordo con investigatori e autorità competenti.

L’attività dovrebbe essere proporzionata al livello di rischio effettivamente rilevato.

Non tutti i clienti necessitano infatti di una scorta armata o di un dispositivo complesso. In molti casi, la protezione può essere discreta, non invasiva e prevalentemente preventiva.

I requisiti necessari per la nuova categoria

La creazione di una nuova categoria professionale dovrebbe essere accompagnata da requisiti rigorosi.

Direzione tecnica qualificata

Il responsabile dell’istituto dovrebbe possedere esperienza documentata nella protezione personale, nella sicurezza operativa e nell’analisi del rischio.

Non dovrebbe essere sufficiente una generica esperienza nella vigilanza o nelle investigazioni.

Formazione certificata degli operatori

Gli operatori dovrebbero seguire un percorso formativo riconosciuto, con esami teorici e pratici.

La formazione dovrebbe comprendere:

  • diritto e limiti operativi;
  • analisi della minaccia;
  • tecniche di close protection;
  • comunicazione;
  • primo soccorso;
  • gestione dello stress;
  • procedure di emergenza;
  • tutela della privacy;
  • guida protettiva;
  • coordinamento operativo.

Requisiti psicofisici e attitudinali

La preparazione fisica è importante, ma non sufficiente.

Un bodyguard deve possedere autocontrollo, capacità decisionale, discrezione, equilibrio emotivo e abilità nella gestione dei rapporti interpersonali.

Aggiornamento continuo

Le competenze dovrebbero essere mantenute attraverso esercitazioni periodiche, aggiornamenti normativi e verifiche operative.

Assicurazione professionale specifica

L’attività dovrebbe essere coperta da una polizza adeguata ai rischi connessi alla tutela delle persone.

Procedure operative documentate

Ogni servizio dovrebbe essere preceduto da una valutazione del rischio e da una pianificazione coerente con il profilo della minaccia.

Intelligence, investigazione e protezione: tre funzioni diverse

La creazione di un Istituto di Protezione Ravvicinata consentirebbe anche di chiarire la distinzione tra tre funzioni spesso confuse.

L’intelligence raccoglie e interpreta informazioni per prevedere rischi e orientare le decisioni.

L’investigazione verifica fatti concreti, individua soggetti e raccoglie elementi documentabili.

La protezione ravvicinata trasforma queste informazioni in misure operative per tutelare la persona.

Il processo può essere rappresentato così:

raccolta delle informazioni → analisi della minaccia → pianificazione operativa → protezione della persona → verifica e aggiornamento del rischio.

Queste attività possono collaborare, ma non devono necessariamente essere svolte dallo stesso soggetto.

L’Istituto di Protezione Ravvicinata dovrebbe essere il responsabile della pianificazione e dell’esecuzione del servizio, avvalendosi, quando necessario, di strutture investigative autorizzate per gli approfondimenti informativi e di istituti di vigilanza per eventuali servizi patrimoniali complementari.

Superare la contrapposizione tra vigilanza e investigazioni

Il dibattito non dovrebbe trasformarsi in una competizione tra categorie.

Gli istituti di vigilanza possiedono competenze operative, organizzative e tecnologiche importanti.

Gli istituti investigativi possiedono competenze fondamentali nella raccolta delle informazioni e nella comprensione delle minacce.

Nessuna delle due categorie, però, rappresenta completamente la protezione ravvicinata.

Attribuire un’esclusiva agli istituti di vigilanza rischierebbe di interpretare il bodyguard come una semplice estensione della guardia giurata.

Attribuirla agli istituti investigativi rischierebbe invece di confondere la protezione fisica con l’attività di indagine.

La soluzione più moderna è riconoscere la close protection come professione autonoma, disciplinata attraverso una propria struttura autorizzativa.

Un istituto specializzato aumenterebbe la qualità del settore

La nascita degli Istituti di Protezione Ravvicinata potrebbe contribuire a ridurre l’improvvisazione presente nel mercato.

Oggi il termine “bodyguard” viene talvolta utilizzato per descrivere attività molto differenti:

  • accompagnamento di cortesia;
  • controllo informale degli accessi;
  • presenza fisica a eventi;
  • servizio di sicurezza non armato;
  • vera protezione personale professionale.

Una disciplina specifica permetterebbe di distinguere chiaramente questi servizi.

Il cliente potrebbe conoscere:

  • il livello di qualificazione dell’operatore;
  • la struttura responsabile del servizio;
  • le coperture assicurative;
  • le procedure adottate;
  • i limiti dell’attività;
  • le responsabilità professionali;
  • il livello di rischio valutato.

Questo migliorerebbe la trasparenza e la qualità dell’intero settore della sicurezza privata.

Proteggere una persona è diverso dal presidiare un luogo

Un bene rimane normalmente in una posizione conosciuta e può essere protetto attraverso barriere, allarmi, telecamere e presidi.

Una persona, invece, si muove continuamente.

Può modificare programmi, incontrare persone non previste, partecipare a eventi pubblici, soggiornare in luoghi diversi e utilizzare itinerari variabili.

La protezione deve quindi adattarsi costantemente.

Il rischio non è statico, ma dinamico.

Per questa ragione, la protezione ravvicinata necessita di una metodologia propria, diversa sia dalla vigilanza tradizionale sia dall’investigazione pura.

Conclusioni

La professione di bodyguard in Italia necessita di un riconoscimento giuridico chiaro, rigoroso e moderno.

La soluzione non dovrebbe consistere nell’attribuire un’esclusiva agli istituti di vigilanza privata, perché la protezione della persona non coincide con la vigilanza dei beni.

Allo stesso modo, non dovrebbe essere attribuita esclusivamente agli istituti investigativi, perché l’attività investigativa non comprende automaticamente tutte le competenze operative della close protection.

La strada più equilibrata sarebbe istituire una categoria autonoma: l’Istituto di Protezione Ravvicinata.

Una struttura autorizzata, specializzata e sottoposta a controlli, capace di integrare intelligence, analisi del rischio, pianificazione e capacità operative.

Il bodyguard non dovrebbe essere considerato una guardia giurata con compiti diversi, né un investigatore incaricato di accompagnare un cliente.

Dovrebbe essere riconosciuto per ciò che realmente è: un professionista specializzato nella prevenzione e nella gestione dei rischi che riguardano direttamente la sicurezza delle persone.

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