LE CARCERI SONO ALLO SBANDO – UN DETENUTO DEL CARCERE DI FROSINONE RICEVE UNA PISTOLA DALL’ESTERNO GRAZIE A UN DRONE E SI METTE A SPARARE CONTRO LE CELLE (SENZA FERIRE NESSUNO) E POI SI ARRENDE – L’UOMO, UN 30ENNE CON LEGAMI CON LA CAMORRA, È STATO BLOCCATO DAGLI AGENTI DELLA PENITENZIARIA E TRASFERITO IN UN’ALTRA STRUTTURA. GIORNI FA ERA STATO COINVOLTO IN UNA RISSA – COME E’ POSSIBILE CHE NESSUNO ABBIA VISTO IL DRONE CONSEGNARE L’ARMA? I VERTICI DELLA PENITENZIARIA E IL MINISTRO CARTABIA RONFANO?

Rinaldo Frignani per corriere.it

Una scena da film che preoccupa gli stessi operatori della polizia penitenziaria. Nel pomeriggio di domenica un detenuto di 30 anni del carcere di massima sicurezza di Frosinone, con collegamenti con la camorra, ha sparato alcuni colpi di pistola contro tre celle del suo reparto senza ferire nessuno.

Dopo una breve trattativa, sembra in seguito a una conversazione telefonica avuta con il suo avvocato, chiamato con uno smartphone anch’esso entrato clandestinamente nell’istituto di pena, ha deciso di consegnare l’apparecchio e l’arma a un ispettore della polizia penitenziaria.

Il giovane è stato quindi trasferito immediatamente in un altro carcere per motivi di sicurezza mentre sono scattate indagini per capire come la pistola e il telefonino siano entrati nell’istituto di Frosinone, già al centro da mesi di aggressioni al personale della Penitenziaria da parte dei detenuti, come anche di episodi di tensione.

Dai primi accertamenti sembra che il recluso sia stato coinvolto il 16 settembre scorso in una rissa proprio nel suo reparto ma che non sia stato allontanato dalla cella e trasferito in un altro luogo.

Da qui il collegamento con quanto accaduto domenica: il sospetto è che l’uomo possa essere riuscito a entrare in possesso della pistola grazie a contatti con l’esterno e abbia cercato di usarla dopo aver minacciato un sottufficiale della Penitenziaria affinché gli consegnasse le chiavi della cella per uscire. A quel punto, non essendo riuscito nel suo intento, il 30enne avrebbe aperto il fuoco senza colpire nessuno, prima di arrendersi.

I sindacati di categoria della polizia penitenziaria sono mobilitati dopo quanto accaduto a Frosinone mentre il ministro della Giustizia Marta Cartabia ha inviato a Frosinone il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia che lunedì presiederà una serie di riunioni per fare il punto della situazione, insieme con i vertici della Penitenziaria, ma anche quelli delle forze dell’ordine di Frosinone.

A dare notizia di quanto accaduto nel carcere è stato per primo il sindacato Osapp con il segretario Leo Beneduci che sottolinea: «Il fatto è di una gravità inaudita e ferme restando le responsabilità riguardo all’introduzione in carcere di un’arma da fuoco, probabilmente solo il caso fortuito non ha condotto a più gravi conseguenze. Peraltro – dice ancora Beneduci – in un’Amministrazione quale quella Penitenziaria, in cui anche grazie alle iniziative della Guardasigilli Cartabia, i Provveditori Regionali fanno i professori e i professori universitari fanno i Provveditori Regionali, tanto da mettere costantemente in dubbio il ruolo della Polizia Penitenziaria, sia a riguardo della sicurezza interna ed esterna delle strutture, sia in ordine alle attività per il trattamento rieducativo dei detenuti, stante l’imperante confusione è legittimo aspettarsi il peggio».

Per il segretario generale del Sappe Donato Capece «quel che è accaduto nel carcere di Frosinone è gravissimo e conferma quel che diciamo da mesi: ossia che le carceri sono allo sbando. Se fossero state ascoltate le continue denunce del Sappe, probabilmente tutti gli eventi critici denunciati e questa stessa evasione non sarebbe avvenuta.

E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario `aperto´, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria».

Capece chiede al ministro Cartabia «di adottare urgenti provvedimenti per trovare soluzioni sulle criticità del carcere dal versante del Corpo di Polizia Penitenziaria, soprattutto rispetto all’esigenza di sospendere la vigilanza dinamica ed il regime detentivo aperto che sono stati la causa principale della crescita esponenziale degli eventi critici in carcere. Il Sappe – conclude Capece – auspica di potere incontrare a breve la Guardasigilli per sollecitare tutele ai poliziotti per contrastare le aggressioni, le colluttazioni e i ferimenti che si verificano tante, troppe, volte all’interno dei penitenziari».

Per Massimo Costantino, segretario generale della Fns Cisl Lazio, «quanto accaduto nel carcere di Frosinone è un fatto gravissimo,dove un detenuto, napoletano, ha sparato colpi di pistola e minacciato altri detenuti, per un diverbio avvenuto alcuni giorni fa». Si tratta, spiega ancora Costantino, di un «istituto dove più volte avevano chiesto interventi ed anche ispezioni propio per la nota e cronica carenza di personale. Solo alcuni giorni fa il Provveditorato , dopo un incontro con le rappresentanze sindacali , aveva previsto l’invio di ulteriori 12 unità in ambito nazionale, che si aggiungevano ad altre inviate tramite mobilità nazionale. Urgono – conclude – interventi urgenti perché altrimenti collassa tutto il sistema penitenziario ed occorrono interventi immediati delle istituzioni ed ,anche, urgentemente una ispezione». Marta Cartabia

E per Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, «mentre attendiamo invano da mesi che la ministra Cartabia batta un colpo, nella casa circondariale di Frosinone i colpi arrivano, ma dalla pistola in possesso di un detenuto verosimilmente introdotta con un drone!

Solo qualche giorno fa, dopo il secondo parto di una detenuta avvenuto in carcere, ci chiedevamo cos’altro dovesse accadere affinché il Governo facesse seguire alle passerelle e agli annunci atti concreti e tangibili. Ora altro è accaduto, facendo precipitare – è proprio il caso di dire – in un colpo i nostri penitenziari ai livelli di quasi mezzo secolo fa. A questo punto, anziché i gruppi di lavoro dei giorni scorsi, crediamo che serva costituire una vera e propria unità di crisi magari sotto l’egida di Palazzo Chigi».

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