Mia intervista a Rockol sul caso Alatri

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La tragedia di Alatri, o quando la morte arriva al rock club: di cosa parliamo quando parliamo di buttafuori
L’eventualità di andare a vedere un concerto in un locale e di non tornare più a casa non è di quelle che di solito prendiamo in considerazione, infilando dopo cena la porta di casa. E non è il caso che la memoria risalga alla tragedia del Bataclan: il brutale omicidio di Emanuele Morganti fuori dal Mirò Music Club di Alatri ha polverizzato la patina arcadica del tranquillo rock club di provincia dove il peggio che può succedere è ascoltare una chitarra scordata o bere una birra tiepida.

Chi gestisce i locali di musica dal vivo lo sa: mandare avanti lo spettacolo da dietro le quinte non è meno difficile che farlo dal palco. Anzi: le variabili sono infinite, e spesso si nascondono proprio dove non dovrebbero. A destare particolare scalpore, nella vicenda di Alatri, è l’iscrizione nel registro degli indagati anche di due addetti alla sicurezza del locale. Due buttafuori, come li si chiama comunemente, che invece che vigilare sull’incolumità del pubblico potrebbero avere avuto un ruolo nella tragica fine di Morganti.

“Riguardo il caso di Alatri ci sono due livelli di responsabilità, da parte degli addetti alla sicurezza: o i buttafuori hanno avuto un ruolo attivo, in quando successo, o passivo”, spiega Teo Segale, gestore di uno dei rock club più frequentati a Milano, il Santeria Social Club, che al proposito ha le idee ben chiare: “La funzione primaria della security è quella di garantire l’incolumità di tutti: l’addetto alla sicurezza non usa la forza, e soprattutto non lascia da solo chi è stato allontanato dal locale se c’è il rischio che la situazione degeneri. Chi si occupa di security sa di non essere un giudice, e che non sta a lui prendere le parti di nessuno, anche perché – nella maggior parte dei casi – è impossibile avere gli elementi per farlo. Il primo obbiettivo è che nessuno si faccia male, e tutti tornino a casa dalla serata con le proprie gambe: poi, eventualmente, gli eventuali risvolti della vicenda prenderanno la piega legale se i diretti protagonisti lo vorranno”.

Un ruolo dedicato, quindi, quello del buttafuori, che non contempla alcuna forma di approssimazione o improvvisazione. “Questa figura professionale, non a caso, è regolamentata dalla legge Maroni del 6 ottobre 2009”, spiega infatti Carmelo Scicolone, co-titolare della security agency milanese Ebesse Group:“E’ prevista l’iscrizione degli addetti presso l’apposito registro della prefettura di competenza previa frequentazione di appositi corsi regionali, dove però si privilegia la teoria e non si insegnano nozioni utili sul campo come la comunicazione radio, le tecniche di immobilizzazione di base e i rudimenti di attività di bonifica degli spazi. La normativa offre delle direttive, fornisce basi psicologiche per affrontare le situazioni tipiche, ma è indispensabile il completamento della formazione con un serio percorso professionalizzante. Un bravo addetto alla sicurezza deve prevedere i rischi, e il caso di Alatri è stato evidentemente gestito molto male: la prima cosa da fare sarebbe stata quella di allertare le autorità, per evitare che la vicenda avesse sviluppi fuori dal locale. Perché come spiega la legge l’addetto alla sicurezza è in supporto alle forze dell’ordine, non un sostitutivo”.

“La parola ‘buttafuori’ è brutale, in italiano come in inglese (‘bouncer’). Però la corporatura non deve essere presa solo come deterrente”, racconta Segale: “L’addetto alla sicurezza è grosso per ragioni pratiche e affatto minacciose: per esempio, se qualcuno tra il pubblico sviene per un calo di pressione, l’addetto alla security deve essere in grado di prenderlo di peso e portarlo in un luogo dove gli si possa prestare i primi soccorsi”. Può capitare che non sempre sia tutto così semplice e lineare, ma – del resto – la preparazione degli addetti alla sicurezza serve proprio a questo: “Nei tre o quattro casi di persone su di giri è sempre stato privilegiato il dialogo, e la questione si è quasi sempre chiusa con le scuse del cliente e una stretta di mano”, racconta Segale, “I nostri buttafuori, in un anno e mezzo di attività, non hanno mai buttato fuori nessuno…”.

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