Ordigni esplosivi improvvisati: un’evoluzione tecnica e tattica chiamata E.F.P.

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TRATTO DA: Safety & Security Magazine
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Un’esaustiva definizione tecnica e funzionale di “ordigno improvvisato” deve necessariamente tener conto sia dell’aspetto strettamente fisico che di quello correlato al fine ultimo di tale famiglia di armi di natura non convenzionale: è pertanto possibile definirlo quale un insieme assemblato e coordinato di componenti di varia natura il quale, a seguito di un’attivazione causata da un adatto stimolo esterno (sia esso volontario o inconsapevole), può essere funzionale a causare danni fisici sia diretti che indiretti a persone o cose, a modificare volontariamente ed involontariamente (sia direttamente che indirettamente) il comportamento di persone ed organizzazioni oppure ad interagire a supporto della comunicazione all’interno delle dinamiche relazionali tra gruppi differenti.

Tali ordigni improvvisati vengono storicamente ripartiti in due distinte categorie: quelli di natura incendiaria (i cosiddetti I.I.D.s – Improvised Incendiary Devices), i quali sono generalmente caratterizzati da un innesco a fuoco avente spesso anche una funzione ritardante (come una miccia, uno spezzone di zampirone o un pezzo di tessuto) e dal materiale energetico infiammabile il quale si trova solitamente allo stato liquido oppure gassoso, e i maggiormente conosciuti I.E.D.s (ovvero Improvised Explosive Devices), caratterizzati dalla presenza di materiali energetici “ad elevato potenziale”, la cui attivazione raggiunge sempre regimi di detonazione, e di uno o più inneschi quasi sempre di natura elettrica.

 

La constatazione di come l’unico limite di tali armi di natura non convenzionale sia tristemente caratterizzato dalla fantasia e dalla creatività delle menti che le concepiscono, le costruiscono e le confezionano, è purtroppo da tempo un’amara e consolidata realtà.

 

Infatti, all’interno di un involucro caratterizzato da un oggetto di natura necessariamente convenzionale e al quale non deve venir associato in alcun modo un qualsivoglia rischio dal punto di vista percettivo, sia esso una busta, uno zainetto, un posacenere, un veicolo o l’abbigliamento stesso di una persona, viene occultata la succitata serie assemblata e coordinata di componenti le quali, concatenate tra di loro secondo il principio di causa-effetto, vengono identificate spesso in modo forse un po’ desueto col temine di “catena incendiva”.

Il riferimento ad un oggetto di natura necessariamente convenzionale, è chiaramente funzionale in chiave di deception nei confronti della cosiddetta EXT – EXpectations’ Theory (conosciuta anche come TEX – Theory of EXpectations), ovvero di quel percorso fatto inconsciamente dall’operatore durante qualsivoglia attività di controllo, pattugliamento o bonifica durante i quali, a seguito di una palese discordanza tra lo scenario reale e la proiezione autonomamente creatasi nella mente (una sorta di vero e proprio mind-set), viene attivato un warning ovvero un indicatore di attenzione critica.

Una sottocategoria di ordigni esplosivi improvvisati, spesso sconosciuta se non ai tecnici di settore e agli operatori impiegati direttamente in particolari scenari e teatri operativi, è quella caratterizzata dagli E.F.P.s, ovvero Explosively Formed Projectiles o Penetrators: essi incarnano l’evoluzione in chiave moderna dell’inclusiva categoria I.E.D., non solo dai punti di vista tecnico e tecnologico ma anche da quelli strategico e tattico.

Gli Explosively Formed Projectiles, anche chiamati da alcune correnti di pensiero Penetrators per meglio sottolineare la natura non convenzionale di quanto prodotto artigianalmente, rappresentano un particolare tipo di arma dual use assai utilizzata per attaccare o tendere vere e proprie imboscate a mezzi blindati e corazzati.

L’E.F.P. non è altro che una carica cava (caratterizzata da un oggetto emisferico o da un cono metallico detto “liner”, concavo, e ricoperto nella parte posteriore da esplosivo ad alto potenziale) dalle caratteristiche geometriche particolari e dagli effetti devastanti; a seguito della detonazione, il materiale energetico ad elevato potenziale (generalmente esplosivo plastico o comunque ad alto potenziale e plasticizzato) produce dinamicamente sul “liner” metallico enormi valori di pressione i quali, accelerandolo e simultaneamente plasmandolo nella forma, gli permettono di colpire il bersaglio trasferendo ad esso una notevole sollecitazione meccanica.

Il concetto di poter deformare una piastra metallica in un proiettile coerente, accelerandola simultaneamente fino a farle raggiungere velocità elevatissime, rappresenta un metodo a dir poco unico per impiegare, senza l’ausilio di un grosso cannone, una massa penetrante che fa dell’energia cinetica la sua forza, generalmente raggiungendo e superando velocità nell’ordine dei Mach 6.

In alcuni teatri operativi relativamente recenti quali l’Afghanistan e l’Iraq sono state rinvenute particolari cariche cave di fabbricazione artigianale chiamate “tandem”; esse, al fine di aumentare il potere di penetrazione, sono caratterizzate dalla presenza di due o più testate le quali, viaggiando come penetratori a velocità differenti nella fase finale della loro balistica esterna, sono in grado di colpire il bersaglio pressoché nello stesso punto ma con un lieve ritardo tra il primo impatto ed il secondo.

Tale configurazione multipla di Explosively Formed Projectiles è particolarmente indicata nel caso in cui un target singolo sia da considerarsi, in virtù delle proprie caratteristiche costruttive e strutturali, alla stregua di un bersaglio multiplo, quali ad esempio blindature reattive e/o multi-strato.

Inoltre è importante ricordare che, a seguito della velocità spesso ipersonica raggiunta da tali proiettili, nonché dal fatto che la loro formazione non dipenda da fenomeni meccanici bensì fluidodinamici (il cosiddetto “effetto Munroe” è da considerarsi la genesi di tale fenomeno), il loro potere di penetrazione dipende solo ed esclusivamente da due fattori: esso è direttamente proporzionale alla lunghezza fisica del proiettile generatosi ed inversamente proporzionale al quadrato della durezza meccanica (esprimibile in gradi Rockwell) del target colpito.

E’ facilmente immaginabile come lo scenario nel quale vengono impiegati da organizzazioni criminali e terroristiche gli Explosively Formed Penetrators abbia caratteristiche “outdoor”; il fatto che tali minacce vengano posizionate lungo una banchina stradale, in prossimità di un fosso o tra la vegetazione più o meno fitta presente lungo un percorso, ha fin da subito richiesto un nuovo impulso di fantasia e creatività a costruttori ed utilizzatori, forzandoli ad un’ulteriore evoluzione, quella dal punto di vista tattico, in materia di capacità di mimesi, deception ed occultamento.

L’expertise delle organizzazioni terroristiche vocate all’impiego di E.F.P.s si è quindi arricchito di competenze specifiche nel costruire con cartapesta, resine, vetro-resine e materiali reperiti in natura oggetti quali tronchi d’albero cavi, composizioni arbustive e pietre di varie dimensioni e tipologia; con particolare riferimento all’ultimo triennio (2016-2018), svariati esempi di rocce sintetiche sono stati ritrovati quali contenitori per occultare E.F.P.s in Yemen.

L’analisi di quanto esploso e repertato, nonché di quanto ritrovato in perfetto stato di integrità, ha mostrato come la maggior parte della componentistica elettrica ed elettronica (le attivazioni di tali ordigni improvvisati risultano essere generalmente o via radio oppure a mezzo di fotocellule ad infrarossi passivi) in chiave dual use fosse prevalentemente di provenienza iraniana, libanese o irachena, mentre i materiali energetici reperiti, nella quasi totalità dei casi, da munizionamento convenzionale ritrovato inesploso oppure stoccato.

Dall’analisi di tutti questi aspetti, sia cioè di quelli riguardanti i fenomeni chimici e fisici caratterizzanti la minaccia E.F.P. che quelli correlati agli aspetti di occultamento della stessa, è immediatamente percepibile ed evidente il miglioramento e l’evoluzione raggiunte dalle organizzazioni coinvolte, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo; in un panorama relativamente recente nel quale tecnicamente la maggior parte degli ordigni esplosivi improvvisati altro non era che una rivisitazione in sola chiave di “modus operandi” del patrimonio sviluppato ai tempi dell’Irish Republican Army, l’ultimo decennio ha rappresentato senza dubbio, per mezzo degli E.F.P.s, un ulteriore anello nella catena evolutiva di tali minacce di natura non convenzionale.

A cura di: Claudia Petrosini e Stefano Scaini

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